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I nostri muretti a secco

 

Le prime costruzioni rurali che da tempi remoti furono erette su questa terra di sassi, probabilmente sono stati i muri a secco. 

 

Assoggettare la terra del nostro territorio ha comportato da sempre una dura fatica per i nostri contadini; per bonificarla è stato necessario rompere la roccia affiorante, ed i sassi ottenuti da questa operazione si ammucchiarono senza ordine lungo i margini del campo. .

   

Sorsero così i primi argini di pietre, voluti dalla necessità, e diventati limite del campo medesimo. Poi il mucchio di pietre informe, prese un aspetto definito, prese forma e dimensioni, si sollevò dal terreno, si snellì e assunse delle particolari caratteristiche e funzioni specifiche a seconda dello scopo al quale venne destinato. .

  

Per questo si sviluppò un’arte che, da padre in figlio, venne tramandata attraverso i secoli (“lu paritàru”). 

 

Tecnica costruttiva dei muretti a secco 

 

La tecnica costruttiva è relativamente semplice: individuato il banco di roccia (generalmente presente sotto pochi cm. di suolo fertile), si costruisce la base composta da due file parallele di pietre grosse sulle quali si appoggeranno le altre, cercando di giustapporre le facce in modo da lasciare il minor spazio vuoto tra l’una e l’altra; gli interstizi vengono poi riempiti da materiale più fine. Raggiunta l’altezza desiderata, la copertura è generalmente effettuata con lastre di pietre poste di taglio. Infine si chiudono le eventuali fessure delle facciate inserendovi a forza schegge e scaglie di pietra. (1911) .(

 

La particolarità dei “muri paralupi”

 

I “paretoni” che, in particolare, recintano alcune masserie, presentano un elemento che li differenzia dagli altri muri a secco; la zona terminale del muro è infatti costituita da un cordolo rialzato effettuato con grosse pietre piatte (“cappeddhi”), che sporgono dal muro (verso l’esterno), in modo da impedire agli animali selvatici di arrampicarsi e penetrare all’interno del recinto, là dove ci sono appetitosi animali domestici: conigli, galline, ecc… .

 

In particolare questo tipo di muro è stato costruito per fronteggiare i lupi (un tempo molto frequenti nel nostro territorio), da ciò deriva la loro denominazione: muri “paralupi”.

Muro a secco paralupi

  

Muro paralupi  (Foto N. Febbraro) 0207

 

Funzioni e varietà dei muri

  

L’uso di tali muri, nonostante la tecnica costruttiva sia rimasta nei millenni invariata, ha seguito l’evolversi del paesaggio agrario ed il processo storico che lo ha plasmato.

Pertanto abbiamo muri di tutte le età e caratteristiche: da quelli messapici, con la loro perfetta struttura a blocchi squadrati poggiati orizzontalmente, a quelli “patrizi” (svolgevano il compito di cingere tenute e poderi appartenuti a casati di gran nome), eretti con maestria da esperti “paritari” ed attraversati da feritoie (“chiàviche”) per permettere il flusso dell’acqua piovana, a quelli “plebei”, costruiti dallo stesso contadino a delimitazione della microproprietà (“gisùre”).

  

Ma oltre ai muri adoperati come limite, ve ne sono altri costruiti in difesa delle colture dagli agenti atmosferici, specie lungo il litorale marino. Un’altra funzione è quella dei muri che chiudono pochi metri quadrati di suolo, formando un recinto per gli animali (“ncurtatùru”).  

 


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Le Pajare

 

Del caratteristico paesaggio salentino, maestose sono le costruzioni trulliformi, testimonianza significativa di quando la nostra campagna pullulava di contadini operosi.

Sono stati utilizzati come ripari temporanei o giornalieri da tali contadini che, con molti sacrifici, hanno strappato alla terra avara il necessario per vivere insieme alle loro famiglie; pertanto queste costruzioni sono le più sacre testimonianze della civiltà contadina.

 

Le paiare si presentano a forma piramidale o quadrata, a forma tronco-conica o tronco-piramidale, singoli o a coppia, isolati al centro delle unità particellari o sistemati sui confini per non togliere spazio alle colture.

 

Si tratta di un fenomeno di permanenza culturale forse unico nella nostra regione e di una tecnica costruttiva che, dalla sua comparsa in epoche antichissime ad oggi, si è tramandata di padre in figlio senza risentire del fascino degli stili.  

  

Una Pajara nelle campagne di Salve

(Foto Nicola Febbraro)

 

 

 

Salve - Pajara "Trausceddhu"

(Foto Serafino)

 

Pajare in località Montani

(Foto Serafino)

  

Tecnica costruttiva delle Paiare  

 

La tecnica architettonica mediante la quale i Trulli salentini sono costruiti, è la derivazione del sistema del triangolo di scarico, così come la cupola e la volte a botte sono derivate dall’arco a tutto sesto.

Pertanto, il sistema architettonico, che può sembrare apparentemente complesso, è in realtà elementare.

Il procedimento costruttivo presenta poche varianti; anzitutto bisogna precisare che come attrezzo si usava solo un martello di forma particolare, avente una duplice funzione: da un lato esso serviva per assestare le pietre e dall’altro a smussarle leggermente. Pietre queste, mai cementate (trattasi di costruzioni interamente a secco) e, generalmente, non squadrate (a causa del tipo di roccia calcarea difficile a tagliarsi in forme regolari).

   

  

Sezioni orizzontali di pajare

(a) - tronco conico

(b) - tronco piramidale

  

Scelto il sito, il contadino o il costruttore esperto, che percepiva un compenso giornaliero superiore a quello dei contadini, disegna la planimetria del riparo direttamente sul terreno. Se la roccia è affiorante, si spiana opportunamente per creare il piano di appoggio ed il pavimento; altrimenti si toglie lo strato di terra che ricopre il banco calcareo e si cominciano a costruire i muri perimetrali che vengono tirati in altezza verticalmente fino a circa 1,5 o 2 metri.

 

 

Sezioni verticali di pajare

(a) - a gradoni

(b) - tronco piramidale

 

 

Tra il muro interno e quello esterno si lascia un’intercapedine (“muraja”), la cui ampiezza varia a seconda della grandezza del riparo (generalmente di un paio di metri); questa viene colmata con pietrame più piccolo frammisto a terra.  

Gli edifici più grandi raggiungono altezze di circa 14 metri e muraje di 6 metri. All’altezza prestabilita il muro verticale viene spianato e i successivi strati di pietra vengono disposti leggermente inclinati verso l’interno (per il muro esterno), e sporgenti in falso (per il muro interno). Le pietre di un medesimo strato, che si contrastano lateralmente costituendo un sistema anulare pressoché rigido, pur senza armatura e senza malta, si sorreggono tra loro esclusivamente attraverso i contrasti  e per la forza di gravità.

I successivi  e pertanto sovrastanti anelli sono, come detto, leggermente aggettanti verso l’interno grazie all’utilizzo di pietre più lunghe, avendo così un diametro che si riduce progressivamente, sino a raggiungere la lunghezza di circa 30-40 cm.

A questo punto viene posta una grande lastra (“chiànca”), in funzione di chiave dell’intera struttura ed a copertura dell’apertura.

 

Interno di pajara senza la copertura finale

(Foto N. Febbraro)

     

 


 

 

 

    

Particolarità delle Pajare

 

La costruzione trulliforme è la dimora più adatta per le nostre campagne, in quanto, considerando che le estati sono molto calde e gli inverni relativamente rigidi, grazie allo spessore delle “muraje”, tra il pietrame più piccolo utilizzato per colmare l’intercapedine si forma una camera d’aria che funge da ottimo coibente della temperatura esterna.  

 

Pertanto la paiara all’interno presenta temperature miti in inverno e fresche durante la stagione estiva. Inoltre la sua struttura è anche resistente ai movimenti tellurici in quanto la passività della sua compagine muraria assorbe, in parte, le vibrazioni del terreno senza crollare.

 

Le nostre pajare sono tutte munite di una o più scale esterne a spirale, ricavate dallo spessore della muraja; questo fa assomigliare l’intera struttura ad una gigantesca chiocciola.

 

Pajara all'interno di un uliveto

(Foto Marco Meuli)

  

L’importanza della presenza delle scale è da addebitarsi alla possibilità di seccare fichi, peperoni ed altri alimenti al sole, alla necessità di effettuare dei lavori di manutenzioni sul tetto, ma, principalmente, la scala sembrerebbe essere un elemento necessario durante la costruzione del riparo, in quanto man mano che la struttura si ergeva verticalmente, il costruttore poteva salire il materiale usando i gradini della stessa scala (la cui costruzione, quindi, procedeva parallelamente a quella della pajara).

   

Caratteristica delle porte d’ingresso

 

Particolarmente interessante, riguardo la tecnica costruttiva del trullo, sono le varie soluzioni delle strutture e dei profili delle porte d’ingresso che, in genere, erano costruite basse.

A tal proposito vi sono varie interpretazioni: per una migliore difesa dal freddo e dagli agenti atmosferici; per credenze pagane o religiose ( evitare alle “malumbre”, spiriti malefici, di entrare nel riparo; o, molto più probabilmente, per non alterare (nel caso la porta d’ingresso fosse più alta) la staticità dell’intera costruzione.

 

Le varie soluzioni dei profili di tali porte, succedutesi nel tempo, ci forniscono un utile elemento per seguire l’evoluzione delle costruzioni in pietra a secco: dalla forma primitiva, con due elementi verticali ed un architrave (poggiante orizzontalmente su di esse), si passa all’architrave spezzata in due blocchi monolitici che anticipano il sistema del triangolo di scarico delle soluzioni più evolute. 

  

Paiara a base quadrata e porta ad arco

(Foto N. Febbraro)

 

Nei profili più elaborati (e più recenti), si trova generalmente la porta ad arco (a tutto sesto, a sesto ribassato o acuto) sotteso da architrave. 

La porta poi, era costruita in legno d’ulivo, le cui assi venivano fissate mediante chiodi di legno. Mentre si innalzava la costruzione, da un lato venivano collocate due pietre (poste una sull’altra): quella superiore bucata verticalmente ed una inferiore scavata a mò di calotta sferica (a forma “de cùlu de murtàru”), in cui veniva infilato lo stante di legno (“stànturu”), a cui veniva fissata la porta (quando chiusa), mediante una serratura a chiavistello, anch’essa in legno (“mascatùra”).

 

  

Paiara a base quadrata e porta ad arco

(Foto Mattia Buccella)

    

Origine delle costruzioni trulliformi 

 

L’origine di queste costruzioni è certamente antichissima, probabilmente megalitica, dato che restano a testimonianza di queste ipotesi le spècchie che, secondo il De Giorgi, hanno relazione di somiglianza nella struttura e nella forma e che furono, in origine, delle costruzioni analoghe ai trulli, elevate dall’uomo sia per abitazione che per difesa.

Pertanto bisognerebbe riferirsi alla preistoria pugliese e più precisamente entro un periodo di tempo che va dal 2000 a.C. alla fine dell’età del Bronzo (VIII sec. a.C.) anche se in verità, da noi, la capanna neolitica e le dimore dell’età del Bronzo e del Ferro, nulla hanno a che vedere con le costruzioni  a Tholos.

 

Gli scavi archeologici, sino ad oggi infatti, hanno soltanto restituito tracce di capanne in materiale vegetale impostate su un basamento di pietrame informe oppure resti di abitazioni a pianta quadrangolare coperte con tegole di argilla.Secondo altri studiosi il sistema costruttivo del “truddhu” è stato introdotto in Puglia dall’esterno; tale opinione sarebbe avvalorata dalla presenza di costruzioni analoghe in numerose zone del Mediterraneo. 

C’è chi vede come centri originari la Mesopotamia, l’Egitto, l’isola di  Creta, chi le coste dell’Africa settentrionale o i territori dell’Illiria ma in realtà, per quanto concerne l’Illiria, come è stato dimostrato, si è verificato il fenomeno inverso e cioè l’influenza della Puglia su tali terre (e non solo per quanto riguarda il trullo).

   

Riguardo all’uso di tali costruzioni, il De Fabrizio afferma che queste, in passato come ai giorni nostri, sono servite come abitazioni e che, in determinate epoche, siano servite come postazioni di guardia dalle quali osservare il nemico.

Inoltre il De Fabrizio non esclude che i “truddhi” abbiano un’origine più recente (rispetto alle altre ipotesi formulate), origine che potrebbe essere ricercata nelle numerose immigrazioni di epoca bizantina e nelle correlate attività agricole che in quell’epoca, proprio ad opera delle comunità monastiche, determinarono una profonda trasformazione dell’habitat rurale.

Per concludere circa l’irrisolto dilemma, una teoria che sembrerebbe attendibile è quella del Simoncini che vede tra le cause dell’architettura del trullo: l’importanza del dato geologico locale e l’organizzazione economica della società. Ciò vuol dire che la costruzione a trullo poteva poteva sorgere sempre e dovunque si realizzassero, come avvenne dalle nostre parti, quelle particolari ed adeguate condizioni economiche ed ambientali.

  

Pescoluse. Paiara con forno

(Foto N. Febbraro)

   


 

Le Liàme 

 

Con il termine liàma, indichiamo un riparo di campagna, con pianta quadrangolare o rettangolare e volta a botte. I muri perimetrali di tali costruzioni sono anch’essi, come nel caso dei ripari trulliformi, in pietra a secco, mentre la volta a botte è costruita grazie all’utilizzo di blocchi di pietra tufacea (“pièzzi de càrparu”).

 

Queste costruzioni permettevano una terrazza più spaziosa di quella del trullo, per i diversi usi, come essiccare le “fiche”, per cui il termine liàma deriva dalla loro ampia terrazza (in effetti nel dialetto salentino “liàma” = terrazza).

La scaletta che porta alla terrazza della liàma è ricavata esternamente su uno dei due lati più lunghi.

Sono costruzioni molto frequenti nel nostro territorio, sia nelle campagne sia nelle marine di Pescoluse e Torre Pali, dove sono state riadattate ad abitazioni per le vacanze.

 

Prima che per la copertura di tali costruzioni si usasse la volta a botte, per tale scopo erano utilizzate tegole in terracotta (“ìmbrici”), quasi sempre a due spioventi.

  

Cisterna e Liama

(Foto N. Febbraro)

   

La vita nelle pajare e nelle liàme

 

All’interno del “truddhu”, era in uso dormire su sacchi pieni di paglia o di foglie di granturco (“pùpuli”), alcune abitazioni erano munite di un letto in pietre (“lattèra”), o di assi in legno con sopra la pianta secca delle leguminose (“pasaddhàre”), o lo stelo dell’orzo battuto (“lu cacchiàme”) o ancora indumenti consunti; solo raramente si usavano lenzuola di canapa (“de falàtu rùssu”), ed alcuni contadini si coricavano vestiti.

 

Quasi sempre, accanto alle pajare possiamo trovare stalle (“’ncurtatùri”), ossia recinti di muri a secco, dentro i quali venivano tenuti gli animali. In alcuni casi, la mangiatoia è interna al riparo; è infatti nota la costumanza del nostro contadino di avere come compagni di camera, l’asino ed il maiale.

Oltre “allu  ncurtatùru”, in prossimità dei “truddhi”, ci sono spesso degli ovili molto bassi, dell’altezza di circa un metro ed a forma circolare, in cui venivano tenute pecore e capre ed, in alcuni casi, galline.

  

Ncurtaturu (Foto: N. Febbraro)

 

In estate, la famiglia del contadino si trasferiva in campagna per raccogliere, tagliare, essiccare e cuocere i fichi (“fare le fìche”). Al trasloco concorreva tutta la famiglia, anche se le masserizie da trasferire erano poche: i cavalletti in legno per il letto (“nù pàru de tristèddhi”), tre tavole per lo stesso, un tavolo (“la bànca”), un treppiedi per cucinare, un tegame in rame stagnato (“la farsùra”) e pochi piatti di terraglia. La famiglia si snodava lungo la via campestre, in fila indiana, ed ognumo portava qualcosa.

All’interno del riparo c’erano dei recipienti per l’acqua (“lu ‘mmìle, lu tràfulu o la capàsa”), mentre l’illuminazione era ottenuta mediante delle lucerne ad olio.

 

Esternamente, accanto alla porta, erano sistemati dei sedili in pietra (“ssettatùri”); spesso venivano scavati degli abbeveratoi  per gli animali (“pìle”).

Di fondamentale importanza erano i pozzi, le cisterne e le “pozzèlle”, con le quali i contadini riuscirono a sopperire al grave problema della mancanza d’acqua in superficie, in questo nostro assolato ed arso Salento.

 

Le tradizionali colture che, fin dai tempi remoti, furono praticate nella nostra terra, resero necessario la costruzione, nei pressi delle pajare, di “spàse” e “littère”, costruite con pietre a secco su roccia affiorante e di forma circolare. Su queste costruzioni si preparava un tappeto, grazie all’utilizzo dell’Hypericum Crispum (“lu fùmulu”), su cui si appoggiavano i frutti da essiccare.

I forni di campagna (“furnu” o “furnieddhu”), infine, servivano per la cottura di pane e “friseddhe” e per la torrefazione dei fichi.

  

Settaturu (Foto: Nicola Febbraro)

 

Rapporti interpersonali al tempo delle pajare

 

A quei tempi, ed in quegli ambienti, i rapporti fra le persone erano solidali e più intensi. Non esisteva la psicosi della paura o del furto, era molto sviluppata la collaborazione e l’aiuto reciproco, al bisogno veniva utilizzata la cisterna o il forno del vicino, ed in comune si effettuava il lavoro, lo svago ed il divertimento. I rapporti erano a misura d’uomo, basati sulla reciproca fiducia, rispetto e lealtà; le prospettive, le speranze, i sacrifici e gli stenti erano condivisi e convissuti.

Era un mondo (quello dei nostri contadini e delle loro famiglie), chiuso alle novità più appariscenti, ai repentini cambiamenti, e se qualcosa al di fuori della loro esperienza accadeva, li interessava solo quell’attimo in cui, riuniti tutti insieme, al fresco del “truddhu”, smaltivano la fatica quotidiana di una giornata vissuta intensamente.

   

  

Capase e Pajare

(Foto: N. Febbraro)

  

I giovani, apprendevano dalla viva voce degli anziani, l’esperienza vissuta ed i vari metodi per utilizzare al massimo ogni piccola porzione di terreno; infatti essendo le nostre rocce tufacee, l’anziano, ad esempio, insegnava come piantare una vite in un ristrettissimo spazio di terreno tra roccia e roccia e nella roccia stessa. Molte pajare, fra l’altro, presentano una pergola che ombreggia la porta d’entrata, mentre numerosi e svariati sono gli alberi da frutto: peschi, mandorli, peri, melecotogne, melograni, carrubi, e, ovunque e sempre, fichi ed olivi, simboli del pasto e del condimento.

Ed anche le  previsioni del tempo erano ricavate dall’esperienza diretta; i contadini fondavano le loro osservazioni sulla posizione della luna, sul tramonto del sole e sul comportamento degli animali.  

  


La presente relazione è tratta da una ricerca condotta da Nicola Febbraro.

 

Bibliografia:

Costantini A. - Guida ai monumenti dell'architettura contadina del Salento.
Moschettini C. - I trulli - Primo congresso di etnografia italiana,
Troccoli Verardi M. L. - I misteriosi simboli dei trulli.
De Marco M. - L'agricoltura e l'architettura rurale nella provincia di Lecce.
Battaglia R. - Osservazioni sulla distribuzione e sulla forma dei trulli pugliesi.
Ponzi L. - Monumenti della civiltà contadina del Capo di Leuca.
Circolo Sportivo Enal Tricasina - Ricerca socio-economica sulle "Pajare".
Annu Novu, Salve Vecchiu - Edizione 1993

 


  

Artigianato locale - Le Pajare in miniatura di Nicola Febbraro

     

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Pajara Trauscello 

 

Miniatura Trauscello

 


  

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