Scuola Elementare "Antonio Corciulo" - Salve


 

 

I Mestieri del primo Novecento

 

Progetto di Offerta Formativa

"I segni del Tempo"

 

Classi 4a - 4b - 5a - 5b - 5c

Anno Scolastico 1999/2000

 

La Scuola Elementare " A. Corciulo " di Salve, nell'ambito del Piano dell'Offerta Formativa, ha presentato questo suo progetto di riscoperta, intitolato "I Segni del Tempo", incentrando la sua attenzione sui mestieri del Primo Novecento.

Si vuole, così, collegare, attraverso una sorta di filo invisibile, le diverse generazioni, che si susseguono nel nostro paese, nella convinzione che il proprio patrimonio di Valori possa essere comunicato perché "nulla sia accaduto inutilmente o dimenticato !".

 

Una mostra degli strumenti artigianali, un filmato sul tema e uno spettacolo di canti e balli del tempo passato, hanno completato l'attività culturale dell'anno scolastico 1999/2000.

 


 

Il Fornaio

 

Nel nostro paese l’attività del fornaio, svolta nei forni in pietra, resiste ancora oggi alla modernità.

Nei tempi passati la nostra comunità, pur vivendo negli stenti della generale povertà, era a contatto con un mondo semplice e tranquillo ed aveva , come risorsa principale, il grano.

Di conseguenza sulla tavola non mancava mai il pane. Le massaie lo impastavano in casa. Con il carretto il fornaio passava dalle abitazioni per portarlo al forno. 

Il mestiere del fornaio era ed è , tutt’oggi, molto faticoso. La mattina, mentre tutti dormono, il fornaio è già al lavoro per farci avere, di buon’ora,  pucce,  panetti e pizzi fragranti e freschi.

 

Lu pane fattu 'ccasa

Un tempo le  famiglie  contadine  usavano fare  il pane in casa con la farina di grano. Esso veniva poi portato dal fornaio,  che lo cuoceva nel forno di pietra con frasche di ulivo .

La massaia , all’alba , sistemava sulla “mattra “(madia ) la farina a forma di mucchio , sulla cui sommità apriva un foro nel quale , insieme al “lavato “ (lievito) e al sale , versava una quantità di acqua tiepida, pari alla metà del peso della farina.

Da quel momento cominciava il lavoro più duro , quello dello ”scanare” ( lavorare con le mani la pasta fino a renderla più compatta e meno umida).

La pasta veniva, così, energicamente schiacciata con pugni, allargata, riunita, girata e rigirata molte volte.

Dall’impasto la massaia ne staccava un pezzo e ad esso dava la forma del ‘panetto’. Successivamente i ‘ panetti’ venivano sistemati su tavole e  protette con coperte di lana, perché lievitassero bene.  

 

 

Lu Furnaru

 

  Mentre tie sta' dormi lu furnaru

sta all ' erta e prepara lu lavatu.

 Alle cinque de la sira va se curca,

alle dieci , prontu  già, lu trovi ‘zzatu.

A menzanotte 'mpizzaca lu  focu,

 alle doi tocca mme manisciu

 ca le massare spettane cu vò.

Cu lu traineddu a mmanu 

a spinta d'ommu, feddhiscia lu silenziu

de la notte  e dice intra de iddhu sotu,sotu

'Ci sape ci la Nzina ieri ha capitu

ca era  'ppuntata pe la prima cotta.

Rria a nanti lu purtune de la Nzina

e dice, senza ddiscita otra gente,

" Ccuccia lu pane cu nu' pia vientu,

se no daventa tuttu ncaddupatu

e poi te minti alli quattru vienti

e dici ca lu Ntoni è nu stunatu."

 

 


 

Il Barbiere ed il Calzolaio

 

A Salve, nel primo novecento, la professione del barbiere era collegata a quella del calzolaio.

A quel tempo i contadini non potevano permettersi di farsi fare un paio di scarpe, ma potevano solo farsi riparare quelle che avevano.

I signori invece chiamavano presso le loro abitazioni il calzolaio, il quale rilevava la forma del piede e faceva scegliere la qualità della pelle.

La professione del barbiere rendeva di più rispetto a quella del calzolaio, infatti il salone era sempre pieno di clienti.

I nobili ricevevano il barbiere presso la loro abitazione due volte al mese per il taglio e due volte la settimana per la rasatura  della barba.

L'artigiano possedeva due stanze collegate: in una svolgeva l'attività di calzolaio, nell'altra quella del barbiere.

Il salone del barbiere all'inizio era illuminato da grossi candelabri, in seguito fu montato l'impianto a cassometro-carbureo.

Il salone era arredato con due poltrone di legno e con diverse sedie per i clienti e c'era tutto l'occorrente per il lavoro.

La doppia attività del barbiere-calzolaio durò fino al 1949, almeno nel nostro paese.

Tra questi artigiani sono  da ricordare a Salve Maestro Giovanni Salvi e Maestro Nicola Turi. Le loro botteghe erano ubicate in Via Roma e Piazza della Repubblica.

Lu Barbieri 

 

Se minte la vantili a 'nnanzi allu pettu

E te dice : “ Ci cumanni , Signuria?”

“ Famme la barba e puru lu baffettu,

ma accortu cu no’ faci fesserie!”

Zicca lu penneddhu,

nchioma e nchioma

intra’ lu casciteddhu de sapune,

poi pìa ‘nnu rasulu senza filu

e ‘ncumenza a ranfisciare ‘nfaccia tua.

“ Mannaggia, ci t’ha data la patente

cu faci lu barbieri contropilu!

Si’ pesciu de nnu scarparu squaternatu! “

All’urtimu se zicca la pumpetta

E te ‘nprofuma bonu, bonu.

Poi dice soddisfattu allu vagnone:

“ Dilli ca vene ddoi lire sulamente!”  

 


 

Il Fabbro  

 

Il fabbro, nella sua bottega, arroventava il ferro alla ‘forgia’ per dargli la forma desiderata. Costruiva, in questo modo, serrature e relative chiavi, che, pur essendo rudimentali, erano molto funzionanti. Costruiva i ‘capatali’ ( spalliere da letto ); realizzava cancelli ed inferriate dalle forme molto belle senza usare le moderne saldature , ma piegando il ferro a contenere, come in una rete di incroci di linee variegate, il tutto.

Anticamente il fabbro svolgeva , anche, il lavoro del maniscalco, cioè si occupava di ferrare i cavalli, preparare i cerchi delle ruote dei carri e gli attrezzi di lavoro dei contadini.

L’officina del fabbro era attrezzatissima: la ‘forgia’ per riscaldare il ferro, il ‘bancone’ come tavolo di lavoro, l’incudine sulla quale dare forma al ferro arroventato con abili colpi del suo pesante martello ed una parete adorna di tenaglie, lame, pinze e punteruoli vari.

 

 

Lu Farraru

 

Lu farraru dà  'na tirata a llu mantice,

'mpizzaca lu focu
e la forgia arde

e lu fierru se scarfa a picca a picca.

Lu farraru, grande artista,

russu lu caccia lu fierru,

lu storce, lu ndrizza,

li dà la forma ca chiù li piace.

L'offcina è tuttu 'nu cuncertu

De mazza e marteddhu.

Pe' ogni pizzu se spannenne le fuciddhe,

Ca parene tante lucerneddhe.

Lu farraru fatica e canta

E lu marteddhu batte su l'incudine

E pare ca face lu 'ccumpagnamentu.

 

 


Il Carradore

 

Un altro dei mestieri ormai scomparsi nel nostro paese è quello del carradore. Con l’aiuto di pialle, asce, seghe e scalpelli modellava il legname e riparava i raggi della grandi ruote del ‘traìno’ ( carro per i lavori ) o dello ‘ sciarabà’

 ( calesse da passeggio ).

Telai, stanghe laterali, freni rudimentali erano i punti deboli del carro e il lavoro paziente del maestro serviva a ricostruirli e rendere funzionale il tutto. Si potevano costruire anche le carrozze per le famiglie signorili.  


 

Il Pescatore

 

Con più di dieci chilometri di costa ed un mare ancora pescoso, la nostra Salve vanta un’antica tradizione nel settore della pesca.

Il mestiere del pescatore era molto faticoso: ci si doveva alzare di notte per recarsi nella marina di Torre Pali a tirare fuori dagli “strazzi “ (locali di deposito delle attrezzature del pescatore) le reti e le nasse.

Anticamente le reti erano in cotone, oggi sono in nylon. Le nasse, invece, prima erano fatte di giunco, mentre oggi sono di plastica.

Le reti si mantengono in verticale  nel mare per mezzo del piombo pesante che la tira giù, formando una parete dove il pesce si impiglia, mentre rimangono a galla grazie ai galleggianti, fatti  di sughero una volta , mentre oggi sono di  polistirolo.

Il pescatore riparava le reti , quando si bucavano, con l’ “acucedda “, sulla quale era raccolto il filo.

 

 

Lu Maranaru

 

Nu’ fisca chiui lu vientu de punente,

lu mare s’acquetatu, pare oju,

cu lla sicca pare tutta l’erba.

Le varche, passànnu, ‘ncrespene lu mare,

e l’ondiceddha cchiù piccinna pare.

Lu ‘ndoru de l’alaga se sente

E qualche pisceddhu all’isca vene.

Lu rusciu nu’ sse sente,

Ma è sciaccuizzu

E lu maranaru a ‘’nterra chiu nu’ nc’è.

E ssutu fore cu cala le riti,

Osci ca è tiempu bonu, ‘nc’è speranza

De ‘nchire lu portafoju e puru panza.

La caggiana, comu varca mmasunata,

Se gode lu sule e quista beddha arbata.  

 

 


 

Il Cestaio

 

A Salve il mestiere del  cestaio, anticamente, era molto ricercato perché forniva una vasta gamma di utili contenitori:

  • “panare” per il trasporto del  pane ;

  • “panari” e  “panareddi” per contenere frutti freschi, olive;

  • cesti per contenere pane affettato ed  altro .  

Per realizzare questi manufatti i pochi artigiani rimasti usano virgulti  d’ulivo, di ristinco (vinchi) e canne che attorcigliano e intrecciano con grande pazienza.

Il cestaio realizza, anche “cannizzi”, fatti con  canne tagliate ed intrecciate. Si usano ancora  oggi per essiccare pomodori, peperoni, fichi, zucchine e melanzane.

Nel  nostro paese i cestai  realizzavano anche tende in giunco, per ripararsi dal sole e dalle mosche.

Gli ultimi artigiani abili in quest’arte sono: Biscozzo Luigi, Nuzzello Angelo e Ciullo Vito.

 


 

La Ricamatrice

L’arte del ricamo è antichissima e  nel nostro paese è stata praticata da molte donne, che , da questo impegnativo lavoro, potevano ricavare da vivere dignitosamente. Le  loro case erano affollate da moltissime  ‘discipule‘, che dovevano imparare i segreti del ricamo, del tombolo, dell’uncinetto o  di altri  sistemi di ‘disegnare  con il filo’.

Il paziente lavoro del ricamo o del tombolo tende ad una armonia, mai raggiunta, fatta da corrispondenze di disegni e forme, sulle quali la mano esperta della maestra porta l’ago a tesserne  la trama.

Essa è  un  insieme di segni, che formano un elaborato geometrico, esistente  già nella mente  della maestra- disegnatrice  e  che, giorno dopo giorno, prende corpo o in una stupenda coperta all’uncinetto o in un fine ricamo di tovaglia.

 

 


 

 


 

 

 

  


QUESTE PAGINE SONO STATE REALIZZATE CON LA COLLABORAZIONE DEL MAESTRO ROMEO NEGRO ED AL SUO RICORDO SONO DEDICATE


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